L’amore di tutti (o quasi) gli atleti olimpionici per la pasta

I Giochi Olimpici sono appena iniziati, ma gli atleti di tutto il mondo hanno già espresso apprezzamento nei confronti della nazione ospitante, almeno per quello di cui si cibano, fra un allenamento e l’altro, come racconta il New York Times.
Più di mille anni fa, le popolazioni della penisola italiana svilupparono un gusto per le strisce di grano essiccate introdotte nella regione dai mercanti arabi. Nei secoli successivi, gli italiani le coltivarono, le perfezionarono e le trasformarono in l'alimento oggi amato in tutto il mondo che conosciamo come pasta.
Oggi gli atleti olimpici figurano tra i consumatori più voraci e tra i più convinti estimatori di questo alimento, facendo affidamento su un caposaldo ricco di carboidrati per sostenere i propri obiettivi di performance. Anche mentre la scienza della nutrizione continua a evolversi, la pasta rimane onnipresente nello sport quanto qualsiasi bevanda energetica. Non sorprende quindi che l’idea di fare il pieno di carboidrati, questo mese, durante i Giochi Invernali ospitati nella patria spirituale della pasta, abbia già fatto venire l’acquolina in bocca a molti olimpionici.
«Sono una ragazza da pasta, quindi sono super entusiasta», ha dichiarato Mystique Ro, 31 anni, atleta statunitense di skeleton. «Gli spaghetti sono la mia scelta abituale. Poi ci sono gli gnocchi. E sono anche una da fettuccine».
Un sogno, essere dotati di un metabolismo iperattivo e da una professione che impone, per mandato, il consumo di montagne di fettuccine. Secondo Elisabetta Salvadori, responsabile food & beverage del comitato organizzatore olimpico italiano, durante questi Giochi verranno serviti ogni giorno ben 600 chili di pasta distribuiti nelle tre mense dei villaggi degli atleti.
Anche il Comitato Olimpico Internazionale ha voluto celebrare l’alimento simbolo dei Giochi presentando un formato di pasta creato per l’occasione ispirandosi agli anelli olimpici, un prodotto in edizione limitata non disponibile per la vendita.
Anche i ristoranti hanno scelto di enfatizzare il legame tra carboidrati e performance. Miscusi, in centro di Milano, ha introdotto un piatto speciale per i Giochi, gnocchi con funghi, cavolo riccio e noci, accompagnandolo con un claim ironico e ammiccante: “Eat pasta, ski fasta!”.
Chiedendo ad alcuni olimpionici quali siano, per loro, le paste più grandi di tutti i tempi, abbiamo visto i loro occhi illuminarsi.
Alex Hall, 27 anni, vincitore della medaglia d’oro per gli Stati Uniti quattro anni fa nello slopestyle, si affida alla pasta per sostenere le lunghe sessioni di allenamento in montagna, arrivando talvolta a consumarla persino a colazione. Per lui, le GOAT assolute sono tortellini e farfalle. «Bisogna cuocerle velocemente» consiglia Hall, la cui madre è originaria di Bologna. «E rigorosamente al dente».
Un tempo, gli atleti d’élite, alla vigilia di una competizione, consumavano grandi quantità di proteine, contenute in bistecche enormi, ma questo approccio iniziò a cambiare negli anni Sessanta, quando un gruppo di scienziati svedesi scoprì l’efficacia dei carboidrati come fonte di energia. Nacque così il carbo-loading, e la pasta conquistò rapidamente il mondo dello sport.
La leggenda del tennis Roger Federer mangiava pasta con una salsa di pomodoro leggera due ore prima di ogni partita. La Maratona di Boston ospitava un tempo una cena di pasta pre-gara presso il City Hall, mentre la Maratona di New York ne organizzò una per anni a Tavern on the Green, all’interno di Central Park.
Questo mese, la St. Joseph Catholic Church di Hayward, nel Wisconsin, ospiterà la sua annuale spaghetti feed, inaugurata nel 1982, dedicata ai partecipanti dell’American Birkebeiner, la più grande gara di sci di fondo del Nord America.
«La gente torna per il bis e per il tris», racconta Mary Roles, 74 anni, volontaria che lo scorso anno ha contribuito a cucinare 43 chili di pasta secca per 468 persone. «E tutti se ne vanno felici».
La pasta pre-gara è diventata anche oggetto di ironia popolare. In un episodio della serie NBC The Office, Michael Scott si abbuffa imprudentemente di un enorme contenitore da asporto di fettuccine Alfredo prima di una corsa benefica di cinque chilometri.
Per gli atleti d’élite, tuttavia, il carbo-loading estremo di decenni fa ha lasciato spazio, negli ultimi anni, a un approccio più mirato, spiega Hunter Baum, dietista della squadra statunitense di sci e snowboard, un metodo che potrebbe essere definito carbo focusing.
«Oggi è tutto più basato su evidenze, pratica e ricerca, a come possiamo dosare meglio e programmare il consumo in modo più mirato», afferma Baum.
Con l’arrivo di migliaia di atleti nel Nord Italia, gli organizzatori olimpici hanno adottato un’attitudine al “cibo come carburante” per i ristoranti. Che ha significato accettare la preferenza di molti grandi campioni per la pasta in bianco, con solo un accenno di condimento a parte, una scelta che, in una nazione di epicurei come l’Italia rasenta la blasfemia, assimilabile a un cappuccino bevuto nel pomeriggio.
«Dal punto di vista italiano, è sorprendente», ha dichiarato Salvadori, cercando di mantenere un tono diplomatico. È stata lei a dover comunicare la notizia ai catering locali dei villaggi olimpici, che si aspettavano di poter sfoggiare appieno le proprie capacità culinarie.«A dire il vero, ci sono rimasti un po’ male», ha ammesso.
Gli atleti possono comunque trovare preparazioni tradizionali e più sostanziose, lasagne, cacio e pepe, diversi tipi di ravioli, nelle mense, ha precisato Salvadori. Ma anche risotto e polenta, piatti simbolo delle sedi dei Giochi, Milano e Cortina, sono ampiamente rappresentati.
Del resto, il successo globale della pasta, e la base della sua popolarità tra gli atleti, risiede forse proprio nella sua versatilità.
«È come una tela su cui puoi esprimere la tua cultura, il tuo gusto, le tue preferenze», osserva Fabio Parasecoli, professore di food studies alla New York University. «Per gli italiani esistono regole precise. Ma una volta che la tela viene esportata, in un certo senso, vale tutto».
Va detto che la storia recente della pasta alle Olimpiadi non è sempre stata così poetica.
Resi Stiegler, atleta statunitense che gareggiò nello sci alpino ai Giochi di Torino 2006, definì la pasta servita nel villaggio olimpico “orribile”.
Michael Phelps, l’olimpionico più decorato della storia, raccontò ai giornalisti durante i Giochi Estivi di Rio de Janeiro 2016 di aver mandato giù a denti stretti “quattro etti e mezzo di spaghetti” come parte della sua routine di recupero post-vasca.
«E non essendo un fan degli spaghetti», disse. «Mi sono forzato a mangiarli».
Esistono, naturalmente, altri modi appaganti per assumere carboidrati. Ai Giochi Estivi di Parigi di due anni fa, gli atleti kenioti portarono con sé l’ugali, una preparazione densa a base di farina di mais. Gli irlandesi arrivarono con carichi di porridge.
«Mangiamo molto pho vietnamita», racconta Chris Plys, 38 anni, curler statunitense. Eppure, la pasta resta sovrana. Derek Parra, pattinatore di velocità statunitense vincitore di due medaglie ai Giochi del 2002, ricorda con affetto una visita a Padova nel 1996, in occasione dei Campionati Mondiali di pattinaggio in linea. La sera prima della sua prima gara, entrò in un ristorante locale e ordinò dei tortellini alla carbonara. «Il giorno dopo vinsi una medaglia d’oro», racconta ridendo. «Così tornai lì ogni sera».
Jake Adicoff, 30 anni, fondista paralimpico statunitense, ricorda invece una lezione di cucina seguita da bambino durante una vacanza in Italia con la famiglia. Impararono a preparare pasta e ceci, e oggi la cucina, con i tubettini, per i suoi compagni di squadra. «Ci sono molte verdure, proteine e carboidrati, ed è piuttosto facile da preparare», spiega. «È un grande piatto invernale».
Jason Brown, pattinatore artistico statunitense, è talmente appassionato di cucina italiana da aver deviato un viaggio di famiglia in Grecia la scorsa estate per concedersi una giornata interamente dedicata al cibo a Roma. L’itinerario includeva una tappa al Ristorante Pietro Valentini, dove gli gnocchi al tartufo, a suo dire, sono “da perderci la testa”. Brown, 31 anni, ha dichiarato che durante questi Giochi cercherà di mantenere il controllo. Nel pieno della competizione, preferisce affidarsi a frullati fatti in casa, preparati con un frullatore che porta con sé in valigia. Ma quando le gare saranno finite, ha aggiunto ridendo: «Mi abbufferò di carboidrati senza alcun ritegno».









